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racconto della settimana

Delitto in Biblioteca

Roberta tra poco si sarebbe goduta quel sole che illuminava Pisa insieme ai suoi compagni di studio, già sotto la Facoltà pronti ad aspettarla, nel tragitto verso la stazione per prendere il treno e tornare a Livorno.
Arrivati, salirono in fretta sul treno, trovarono uno scomparto libero e, come ogni giorno, si confidarono durante il viaggio i loro problemi, ansie e gioie.
All’improvviso Roberta s’incupì, tanto che gli altri si guardarono straniti e attesero. Non ci volle molto perché lo sfogo di quest’ultima fuoriuscisse.
<<Ho deciso!>> affermò fermamente, <<Intendo scoprire chi è il mio padre biologico>>.
Teresa e Luigi si sbalordirono.
<<Sicura di quello che stai dicendo?>> chiese Lorenzo.
<<Hai pensato alle conseguenze?>> disse Michele.
Nessun dubbio manifestato dagli amici turbò Roberta.
Lei, l’eterna insicura che a scuola era presa in giro dai compagni per gli abiti fuori moda e l’aria da classico topo da laboratorio.
Quante ingiurie subì e per quale motivo? Che colpa ne aveva?
Niente e nessuno avrebbero infranto la sua sicurezza, sarebbe andata in fondo a questa storia per la madre, ma principalmente, per se stessa.
Il silenzio tra i ragazzi fu interrotto dal fischio del treno e dalla voce meccanica che annunciava l’arrivo a destinazione, riportandoli alla realtà.
Si diressero verso l‘uscita e Roberta salutò i quattro ragazzi andando verso la sua auto.
Salì in macchina e uscì dal parcheggio a velocità sostenuta. Eseguendo quella manovra azzardata, però, non si accorse che stava sopraggiungendo un’altra vettura. Crash! Fortunatamente l’impatto non fu violento.
Scese dall’auto e si trovò davanti al nuovo assistente di Economia Pubblica.
<<Mi spiace tanto!>> gli disse con voce tremante, <<Ero assorta nei miei pensieri e non l’ho vista>>.
Lui la guardò con occhi splendenti e le sorrise: <<Non si preoccupi, è solo un graffietto>> le rispose gioviale. Risalì e se ne andò.
Il tempo di calmarsi e così fece anche lei.
Durante il tragitto ripensò all’accaduto, a quanto le erano sembrati familiari quel volto, quegli occhi.
Arrivata a casa, si coricò sul divano per riposare un po’.
Improvvisamente sentì vibrare il cellulare lasciato sul tavolo in salotto.
Era un messaggio di Luigi che le chiedeva se nel pomeriggio sarebbe andata alla Biblioteca Labronica dei Bottini dell’Olio a studiare con gli altri.
Gli rispose di si, quindi si preparò e uscì.
Le piaceva molto quella biblioteca: le grandi finestre che permettevano di vedere parte della città; quell’alto tetto a vista con grandi capriate di legno sorrette da colonne in mattoni rossi; tutti quei libri ordinati con cura.
Giunta in Via Forte San Pietro, si sedette su un gradino delle scale che conducevano alla Biblioteca posta al primo piano e attese.
Finalmente arrivarono tutti e si avviarono al piano superiore fra un bisbiglio e l’altro, alla ricerca di un tavolo libero dove poter studiare.
Roberta era sempre assente, pensava che rovistando nelle vecchie cose della madre, forse avrebbe trovato qualche indizio. Si ripromise quindi che l’indomani, sarebbe andata in quella stanza rimasta chiusa per mesi, iniziando la sospirata ricerca.
La mattina seguente, ritornata dal suo lavoro part-time nel nuovo laboratorio di restauro dello zio, aspettò che la nonna andasse a fare spese e si recò davanti alla camera della madre. Spinse la porta ed entrò sospirando.
Avvolta da un odore di chiuso, con il cuore in gola diede uno sguardo attorno.
Andò veloce in direzione dell’armadio a muro, dove la madre conservava i loro ricordi e lo aprì. Vide una scatola in un angolo e pensò a come le fosse sempre sfuggita allo sguardo. Iniziò a frugarvi dentro e trovò foto, biglietti d’auguri, frammenti di giornali.
Le cadde l’occhio su una lettera nascosta dietro a un ritaglio di giornale incollato al coperchio della scatola. Era indirizzata a un certo Sig. Androidi Paolo di Firenze. Riconobbe la calligrafia della madre e dalle prime parole si rese conto che lo conosceva bene, ma ne provava disprezzo. Rivolta al padre di Roberta, parlava di lei da piccola, di com’era bella, di quante volte le chiedeva di lui, del perché non l’avesse voluta.
Con gli occhi pieni di lacrime, smise di leggere riponendo tutto nella scatola, chiuse la stanza, corse nella propria e accese il PC. Inserì i dati scoperti su Google, trovò il numero di telefono dell’indirizzo scritto sulla busta e telefonò.
Le rispose una signora dall’accento straniero dicendole che il signore si era trasferito a Pisa, per continuare il suo lavoro presso l’Università.
Rifletté qualche minuto su come proseguire la ricerca, prese di nuovo il telefono e chiamò la Segreteria della Facoltà, cercando di capire qualcosa di più.
La segretaria la lasciò senza parole, suo padre era il nuovo assistente di Economia Pubblica, quell’uomo che, dopo quel piccolo incidente, la rassicurò.
Si sedette come in trance mentre la nonna, di ritorno dalla spesa, chiamandola, la riportò alla realtà.
Nuovamente lucida, uscì correndo dalla porta ancora aperta. Si sentiva incredula, spaesata e piena di rabbia.
Ritornata a casa per l’ora di cena, trovò sua nonna seduta sulla poltrona con aria preoccupata; si mise sul divano e iniziò a farle domande sul padre. Venne così a sapere di come avesse quasi abusato della madre durante una festa al liceo e quando lei gli confidò che era rimasta incinta, lui le rispose che non voleva aver niente a che fare con una ragazza frivola come lei, di essere certo che quel figlio non fosse il suo, che voleva continuare gli studi fregandosene di una del genere.
Vane furono le minacce di denuncia per abuso, lui era il figlio di un facoltoso avvocato, quindi nessuno le avrebbe creduto.
Decise quindi di portare avanti quella gravidanza, anche se non fu frutto dell’amore, giacché quel neonato non aveva nessuna colpa.
Ora capì la decisione della madre di togliersi la vita, però, più che mai, non sarebbe riuscita a sopportare quel fardello. Roberta si asciugò le lacrime, abbracciò la nonna e si diresse in camera sua, dove iniziò lentamente a farsi largo nella testa una sorta di desiderio di vendetta.
Nei giorni seguenti non andò a lezione in Facoltà per paura di trovarsi davanti quell’uomo. Ne studiò, però, minuziosamente le abitudini, gli spostamenti.
Egli ultimamente stava preparando un libro, si recava periodicamente in Biblioteca per compiere delle ricerche.
Le balenò in mente un’idea macabra che cercò immediatamente di accantonare.
Nel pomeriggio andò a trovarla l’amica Teresa, preoccupata per non averla più vista né a lezione né a studiare. Le raccontò che il nuovo assistente era stato trovato morto tra gli scaffali della Biblioteca dei Bottini dell’Olio, che quindi era chiusa fino a nuova disposizione, per permettere alla polizia di indagare.

Il detective che si occupava del caso arrivò nell’edificio, seguito dalla tirocinante del Master in Criminologia, a seguito della chiamata fatta dalle due signore, Magda e Clelia, addette al servizio prestito, le quali, trovarono il corpo inanime.
Il comandante Carlo, non contento all’idea di doversi portare ancora appresso la tirocinante Emily, iniziò ad analizzare la scena, intimando alla perspicace ragazza di limitarsi a guardare.
La morte avvenne apparentemente per un arresto cardiocircolatorio.
Emily, però, non sembrava convinta. Ricordò che vi era un veleno, il quale ingerito, simulava la morte per arresto cardiorespiratorio. Avvicinandosi al cadavere, annusò le parti intorno alla bocca. Accidenti, sapeva di mandorle amare!
Chiamò Carlo e gli disse che poteva essere stato avvelenato con cianuro di potassio e che quindi, probabilmente, nell’esame tossicologico doveva essere presente tale sostanza.
Scocciato dalla presunzione della ragazza, l’investigatore chiamò la squadra della scientifica e chiese l’esito dei suddetti esami.
L’assistente aveva ragione, c’erano tracce del veleno.
La faccenda si complicava per lui, non per Emily che sembrava compiaciuta dagli sviluppi dell’inchiesta. Le chiese se ultimamente erano avvenuti dei cambiamenti importanti nella vita della vittima. Lei rispose che tutto era normale, niente ex mogli o problemi di lavoro, solo qualcuno lo aveva cercato alla casa di famiglia a Firenze.
Emily rimase immobile a osservare il cadavere, poi gli prese una mano, la guardò attentamente con una lente d’ingrandimento e vide che la pelle dell’indice destro era come corrosa. Domandò al dottore la possibilità di analizzare un frammento di pelle e questi guardò il comandante in cerca del suo assenso. Ricevutolo, procedette.
Il risultato fu strabiliante, anche nelle dita erano presenti tracce del veleno.
Tutto era chiaro, ma chi aveva ucciso quell’uomo?
Alla ragazza venne in mente quella strana telefonata fatta a casa dell’assassinato e chiese al comandante se si potesse rintracciare.

Nel frattempo Roberta ascoltava interessata le notizie sul delitto, ignara degli sviluppi delle indagini.
Era ora di cena quando improvvisamente suonarono alla porta. La polizia voleva parlare con Roberta in caserma.
La nonna, dopo aver trascorso lunghe e interminabili ore in attesa, vide uscire la nipote dalla stanza dell’interrogatorio in manette, seguita da due poliziotti.
Confessò piangendo di aver ucciso il suo padre biologico!
Aveva commesso un così folle gesto per vendicare sua madre e i torti subiti. Scoperta la verità su di lui ed essendosi documentata, aveva pianificato nei minimi dettagli l’omicidio, riuscendo quasi a compiere il classico delitto perfetto. Procurandosi del cianuro di potassio dal laboratorio di restauro dello zio, andò in Biblioteca e ne cosparse le pagine di uno dei libri su cui l’assistente eseguiva i suoi studi. Dopodiché rimase in attesa di notizie, sul compimento della missione, da stampa e telegiornali.
La donna in piedi al centro del corridoio della caserma non credeva alle proprie orecchie. Sua nipote era un’omicida, un’assassina!
Non riusciva a darsi pace e l’unica cosa che le rimaneva da fare era chiamare un bravo avvocato.

Purtroppo è impossibile spiegare a parole cosa può spingere a fare la disperazione umana.

Luca Lami


















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